Possono i nostri morti amarci? Luigi Pirandello dinanzi alla morte della madre: eternità e temporalità della finzione letteraria e della persona umana, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /11 /2018 - 09:03 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un testo di Andrea Lonardo già pubblicato su Gli scri8tti in diverso formato. Per altri articoli e studi su Pirandello, sui classici e la letteratura presenti su questo sito, vedi la pagina Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (2/11/2018)

Introduzione di Andrea Lonardo

Tutta l'opera di Pirandello sembra sostenere che l'uomo non ha identità se non quella che le viene attribuita dall'esterno. Al punto che se la società arriva a negare tale identità, ciò significa la stessa morte anticipata della persona (cfr. Il fu Mattia Pascal).

Se talvolta una precisa identità viene intravista, essa si manifesta presto, però, inconoscibile all'altro, forse anche a noi stessi, tanto da non avere, appunto, alcuna precisione e “personalità”. La vita diviene così un gioco di specchi, dove ognuno è ciò che l'immaginazione dell'altro tiene in vita.

La persona si perde, si identifica, si dissolve, nella maschera che si pone in viso o che da altri viene a lei posta in viso.

Questo lavoro di decostruzione della persona e della vita non viene, però, condotto da Pirandello con disprezzo e sufficienza, ma con una dolente partecipazione alla condizione dell'uomo ed alla sua disperata ricerca di trovare sé stesso e di essere trovato nell'amore.

La ricerca letteraria si intreccia con la vicenda autobiografica. Alla morte della madre egli scrisse la Novella Colloquii coi personaggi [1]. Esso pone l'interrogativo lancinante sulla vita eterna e sull'esistenza della persona in sé e non solo nell'altrui ricordo.

Tale testo può, a nostro avviso, essere assunto a simbolo della sua intera riflessione. Pirandello ci descrive i suoi sentimenti dinanzi al pensiero della morte della madre. Qui la domanda sulla persona è portata – potremmo dire – a misurarsi con le idee di anima e di vita eterna (e, infine, con la presenza di Dio).

Se la morte sembra non poter distruggere il pensiero che Pirandello conserva, tenero, della madre (e solo la morte dell'autore siciliano “decreterebbe”, da questo punto di vista, la morte di colei che gli ha dato la vita) l'interrogativo esistenziale è se la madre possa ancora amarlo: Pirandello si chiede – e desidera - se lei possa ora avere memoria e relazione con lui, una volta lasciata questa vita.

Senza la fede cristiana nella vita eterna, il ricordo dei morti si rivela come forma cangiante del gioco dolente delle apparenze nel quale a nessun essere umano è data vera esistenza e consistenza. La nostalgia della relazione d'amore tra madre e figlio e dell'autenticità eterna di un tale rapporto sola resta ad interrogare e scuotere.

Da Colloquii coi personaggi di Luigi Pirandello [2]

...Non sono io forse viva sempre per te?
- Oh, Mamma, sì! - io le dico. – Viva, viva, sì... ma non è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua morte, e immaginarti, come t'immagino, viva ancora laggiù, seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a qualche cura familiare. Potrei seguitare a immaginarti così, con una realtà di vita che non potrebbe esser maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti anni, così da lontano, t'ho data sapendoti realmente seduta là in quel tuo cantuccio.

Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi più dare a me una realtà! È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto. Quando tu stavi seduta laggiù in quel tuo cantuccio, io dicevo: “Se Ella da lontano mi pensa, io sono vivo per lei”. E questo mi sosteneva, mi confortava.

Ora che tu sei morta, io non dico che non sei più viva per me; tu sei viva, viva com'eri, con la stessa realtà che per tanti anni t'ho data da lontano, pensandoti, senza vedere il tuo corpo, e viva per sempre sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo, è questo, che io, ora, non sono più vivo, e non sarò vivo per te mai più!

Perché tu non puoi più pensarmi com'io ti penso, tu non puoi più sentirmi com'io ti sento! E ben per questo, Mamma, ben per questo quelli che si credono vivi credono anche di piangere i loro morti e piangono invece una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati.

Tu l'avrai sempre, sempre, nel sentimento mio: io, Mamma, invece, non l'avrò più in te. Tu se qui; tu m'hai parlato: sei proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi occhi, la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi della tua fronte, il battere dei tuoi occhi, il sorriso della tua bocca, il gesto delle tue povere piccole mani offese; e ti sento parlare, parlare veramente le parole tue: perché sei qui davanti a me una realtà vera, viva e spirante; ma che sono io, che sono più io, ora, per te? Nulla. Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io? Io, figlio, fui e non sono più, non sarò più...

L'ombra s'è fatta tenebra nella stanza. Non mi vedo e non mi sento più. Ma sento come da lontano lontano un fruscio lungo, continuo, di fronte, che per poco m'illude e mi fa pensare al sordo fragorio del mare, di quel mare presso al quale vedo ancora mia madre. Mi alzo; m'accosto a una delle finestre. Gli alti giovani fusti d'acacia del mio giardino, dalle dense chiome, indolenti s'abbandonano al vento che li scapiglia e par debba spezzarli. Ma essi godono femineamente di sentirsi così aprire e scomporre le chiome e seguono il vento con elastica flessibilità. È un moto d'onda o di nuvola, e non li desta dal sogno che chiudono in sé. Sento dentro, ma come da lontano, la sua voce che mi sospira:
“Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle”
.

Note al testo

[1] Colloquii coi personaggi fu pubblicata la prima volta nel “Giornale di Sicilia”, 17-18 agosto 1915, ora in Novelle per un anno, volume terzo, tomo II, Mondadori, Milano, pp. 1139-1153. La madre, Caterina Ricci-Gramitto, era morta proprio in quell'anno nella casa di famiglia e casa natale di Pirandello in una località detta “Caos”, nelle vicinanze di Girgenti (dal 1927 Agrigento). La casa è stata ora trasformata in museo, il Museo della Casa natale di Luigi Pirandello. Sotto il grande pino, non lontano dalla casa, sotto il quale Pirandello amava fermarsi per pensare, dipingere, riposarsi, scrivere, riposano ora le ceneri dell'autore siciliano.
Una versione cinematografica della novella è stata girata dai fratelli Taviani, per l'ultimo episodio del film Kaos.

[2] L. Pirandello, Novelle per un anno, volume terzo, tomo II, Mondadori, Milano, pp.1152-1153.