Cafarnao: il villaggio di chi è stato consolato (Mt 4,12-23), di suor Pina Ester De Prisco

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /01 /2017 - 12:58 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito un contributo preparato da suor Pina Ester De Prisco per il Sussidio del Centro Oratori Romani 2016/2017. I neretti sono nostri ed hanno l’unica finalità di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/1/2017)

Siamo tornati al tempo ordinario, lasciando da poco la casa di Giuseppe, Maria e Gesù.

Anche Gesù ha lasciato il caldo abbraccio della famiglia di Nazaret, per inoltrarsi in un nuovo percorso, che lo porta a seguire la via tracciata dal Padre.

Ci accosteremo a due brani distinti: Mt 4,12-17, Gesù nella Galilea delle genti e Mt 4,18-23, la chiamata dei discepoli sul mare di Galilea.

Di seguito la struttura dei due brani, che noi analizzeremo come un’unica unità tematica:

vv. 12-13 è evidenziato il passaggio geografico di Gesù

vv. 14-16 viene espressa una formula di compimento di una profezia isaiana (Is 8,23-9,1)

v. 17 inizio della predicazione di Gesù

vv. 18-20 chiamata di due fratelli: Simone e Andrea

vv. 21-22 chiamata di altri due fratelli: Giacomo e Giovanni

v. 23 Gesù insegna, predica e guarisce in tutta la Galilea.

I vv. 17 e 23 si richiamano l’un l’altro creando un’inclusione: il perno del brano è la predicazione di Gesù. Gesù è all’opera, è pienamente inserito nell’opera del Padre: portare la salvezza a tutti gli uomini.

Nei vv. 12-13 è sottolineato il movimento di Gesù: si ritira in Galilea, lascia Nazaret e va ad abitare a Cafarnao nel territorio di Zabulon e Neftali. Due paesi presenti in una profezia di Is 8,23-9,1, due terre umiliate, probabilmente per una campagna militare contro di esse e per una deportazione, che ha visto coinvolte le popolazioni. Sono terre in cui la “lotta e l’esilio” si sono avvicendati, lasciando spazio al buio e all’angoscia, ma la profezia non si conclude in modo tenebroso, bensì annuncia un tempo di luce e di gloria.

La profezia messa all’inizio della predicazione di Gesù sembra dare la giusta collocazione all’opera di Cristo: la luce si riverbera nel mondo grazie alla sua presenza. La luce è giunta e tutti sono chiamati a vederla, per goderla ed esserne consolati. Da qui scaturisce il primo annuncio che Gesù rivolge agli abitanti di Cafarnao, lo stesso fatto da Giovanni nel deserto: «Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino», Giovanni ora  è stato arrestato, ma «la Parola di Dio non è incatenata» (2 Tm 2,9) e continua a risuonare con forza.

Ecco allora che il regno è giunto, è vicino, è il Figlio di Dio che cammina sulle sponde del mare di Galilea. E si muove per consolare e sradicare l’uomo dal buio in cui era caduto.

Gesù è, quindi, in movimento incontro all’uomo. Nel brano ci sono alcuni verbi di movimento che sottolineano il suo andare: si “ritira” in Galilea, “lasciando” Nazaret, “abita” in Cafarnao, “cammina” presso il mare. I suoi movimenti richiamano la passione per l’uomo e per la sua salvezza, perché ogni uomo veda e sia salvato e consolato. Così il Figlio dell’uomo è spinto a mettersi in cammino, lontano dalla sua casa, per costruire la sua dimora tra agli uomini.

Nel suo essere immerso nel mondo, nel cercare un posto, è qui che comincia la sua missione: nel villaggio di Cafarnao, che significa “villaggio di Nahum”, che non solo ci rimanda al libro profetico dell’Antico Testamento: Naum. Ma anche nel suo significato più letterale: villaggio dell’essere stato consolato. Il nome indica come il posto che Gesù sceglie di abitare ha con sé un significato profondo ed è insieme un auspicio e una concretezza: in questo villaggio “qualcuno” ha fatto l’esperienza della consolazione, di essere stati consolati. E Lui viene a rinsaldare la dimensione della consolazione, viene ad abitarci, perché mai più nessun uomo ne sia privo.

Gesù cammina e vede due fratelli e li chiama, cammina, ancora, e vede altri due fratelli e li chiama ed entrambe le coppie di fratelli lo seguono. Ai primi due annuncia una promessa: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (v. 19).

L’inizio della vita pubblica di Gesù, il suo entrare nel mondo ha un progetto preciso: “chiamare dei fratelli”. Degli altri vangeli solo Marco segue lo schema di Matteo, anche se, in realtà, è Matteo che attinge da Marco; mentre si distanziano i vangeli di Luca e Giovanni.

Gesù chiamando due coppie di fratelli allarga i legami parentali naturali alla comunità.

È la messa in comune della formazione che ciascuno ha ricevuto nella propria casa: quella di Gesù, dei fratelli Simone e Andrea, e dei fratelli Giacomo e Giovanni che condividevano il lavoro con il loro padre Zebedeo.

La fraternità si costruisce a partire dall’eredità ricevuta nella propria casa. Ciascuno insieme alla propria “storia”, porta anche la propria “casa”, il proprio bagaglio umano e relazionale, ossia tutta una serie di consuetudini acquisite nei primi anni di vita, che ci rendono unici.

Un adolescente critica acerbamente il modo di vivere dei suoi genitori, ma poi in età adulta si rende conto come ciò costituisca, invece, la sua più preziosa eredità. È la storia affettiva che impressa dentro di noi, ci rimanda ad una realtà che nel tempo diventa sacra, impreziosendo il nostro essere, e rendendoci speciali. Una realtà da custodire.

Simone e Andrea, come Giovanni e Giacomo sono dei pescatori, ma vengono colti dall’evangelista in due momenti diversi, perché compiono atti diversi: i primi due nell’atto di gettare le reti, mentre gli altri due nel momento in cui riannodano le reti.

La casa di appartenenza oltre a formarci, a imprimere un’identità, ci consente, dunque, di costruire “altre case”, “altri calori”, ma ciascuno con la sua diversità. Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni anche se tutti pescatori sono tra loro diversi! Il modo diverso di ciascun non deve barricarci o chiuderci alla diversità dell’altro, ma spingerci a conoscerla e a comprenderla nel senso più pieno, e a tratti anche ad assimilarla nel nostro bagaglio. La strada per un’autentica fraternità è l’apertura alla diversità.

Un giorno San Francesco si chiese chi sarebbe stato il frate perfetto e trovò questa risposta dentro di sé: “Francesco, immedesimato in certo modo nei suoi fratelli per l’ardente amore e il fervido zelo che aveva per la loro perfezione, spesso pensava tra sé quelle qualità e virtù di cui doveva essere ornato un autentico frate minore. E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l'amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà, l’aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l'ardente desiderio d'imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore, la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo (Eb 13,14)”, (dallo Specchio di Perfezione, FF 1782).

Dunque la fraternità, non è costruita sull’unicità di una personalità forte o incisiva sugli altri, ma sulla diversità, ciascuno con la propria ricchezza e bellezza. E Francesco sa bene che il “frate perfetto” è colui che racchiude in sé le qualità di ogni frate!

Vivere la fraternità significa, allora, anche lasciare le certezze che ci hanno abitato, per aprirci al nuovo.

La prima coppia di fratelli abbandona la pesca e quindi il lavoro per seguirLo. Giacomo e Giovanni lasciano la barca con il loro padre Zebedeo, per seguirLo. Ciò è reso possibile dal fatto che c’è Gesù, non è una rinuncia fine a se stessa, sterile, inutile, ma è la chiamata a stare con Lui.

È Gesù che con la sua chiamata rende fratelli nel senso pieno, è lo stare con Lui che rende possibile la costruzione di una fraternità, con persone che non conosciamo, che a tratti non sopportiamo. È il Regno di Dio che è giunto a noi, è dentro di noi, e rende auspicabile la costruzione della fratellanza.

E nella costruzione della fraternità sperimentiamo come la presenza dell’Altro/altro ci possa consolare. Come scriveva sant’Agostino a Proba: “Niente ci è caro senza un amico”.

Anche oggi Gesù cammina tra noi, vede e chiama e viene a consolarci con il dono della fraternità.

Attività

Descrivete con un disegno o delle parole o sotto forma di conversazione un aspetto che avete sempre avversato della vostra casa: un’abitudine, un modo di essere, una difficoltà relazionale. Poi descrivete qualcosa della vostra casa-famiglia che custodite come un tesoro, un’eredità, qualcosa che vi apparterrà sempre. Infine pensate come queste due cose possono arricchire il cammino del gruppo. È quindi importante lavorare su ciò che di bello abbiamo ricevuto per costruire la fraternità che Dio vuole da noi.

Con il sogno di Giuseppe avevamo posto l’attenzione sui vostri sogni… Ma secondo voi quale sogno Dio ha sulla fraternità di cui fate parte?