Esercizi spirituali predicati da don Franco Cagnasso: una meditazione alla settimana per la preghiera personale
V/ “Sapete ciò che vi ho fatto?”

Riproponiamo on-line la trascrizione delle meditazioni proposte da don Franco Cagnasso ai preti della diocesi di Roma negli esercizi spirituali del 13-17 novembre 2000. Ogni settimana sarà messa a disposizione sul nostro sito una meditazione perché possa accompagnare la preghiera personale. La trascrizione dei testi è stata curata dal Servizio diocesano di formazione permanente del clero, guidato da mons.Luciano Pascucci. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line del testo.

Il Centro culturale Gli scritti (10/5/2007)


Abbiamo detto al Signore ciò che vogliamo che faccia per noi. Lui stesso ci invita a comprenderlo e dirlo, per poter essere trasparenti con lui e con noi stessi, per aprirci a ricevere i doni che ci vuol fare e che vanno oltre le nostre attese, le quali spesso, se esaudite, ci farebbero male, o che non ci costruirebbero, o che sono troppo timide e meschine.

Oggi lasciamo che sia lui a dirci che cosa desidera. Lui stesso ci ha insegnato a pregare il Padre, dicendo “sia fatta la tua volontà”, ma non ha lasciato la preghiera nel vago. Con tutta la sua vita, oltre che con le sue parole, ci ha guidato a conoscere questa volontà del Padre, che è anche la sua e che si esprime anzitutto e in modo eminente - unico - nella sua vita.

Per capire i suoi desideri meditiamo un episodio che ancora una volta può essere imperniato su una domanda: “Sapete che cosa vi ho fatto?”. E’ l’inizio del commento che Gesù stesso fa al momento solenne, alla “liturgia” del lavare i piedi ai suoi.

Riascoltiamo l’episodio: Gv 13,1-20.
Questo passo delinea un completo capovolgimento del modo normale di concepire i rapporti sociali e religiosi, più radicalmente addirittura capovolge la nostra visione di Dio e di conseguenza il nostro rapporto con lui.

Come sappiamo, è un passo fondamentale, che si apre offrendo una forte sottolineatura a proposito del momento in cui l’episodio accade: la Pasqua, festa solenne, e più precisamente la Pasqua in cui “viene l’ora” per la quale il Vangelo di Giovanni ha creato un’attesa, una “suspance”. In quest’ora così attesa e determinante, Gesù che ha sempre amato i suoi, li ama “fino alla fine”, nel modo più totale e pieno: fino alla fine e fino in fondo, radicalmente.

Quest’amore emerge ancora più forte e limpido, per contrasto:

Tradito dai suoi, avendo tutto nelle sue mani, ed essendo uno con il Padre, Gesù lava i piedi. Questa introduzione significa che non si tratta di un gesto fra tanti, per quanto bello e significativo; è piuttosto un gesto di sintesi, che raccoglie e ripresenta gli elementi fondamentali della persona di Gesù, della sua opera, della sua rivelazione.

Come l’Eucaristia. Infatti la lavanda dei piedi occupa in Giovanni il posto della narrazione dell’istituzione dell’Eucaristia, data per conosciuta.

Gesù dunque si cinge un asciugatoio e lava i piedi, silenziosamente. Pietro si ribella, non vuole. Gesù insiste: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Non spiega, chiede solo di lasciar fare. Così come, predicando la passione, non dice il perché: “deve accadere” e basta.

Quando Pietro obietta, la risposta è “togliti di mezzo, lasciami proseguire e stai dietro” ( Mt 16,21-23). Gesù è consapevole che ci sono cose che i suoi non capiscono, che non possono cogliere, né sopportare; per questo - come ho già ricordato - annuncia un “Consolatore” che ricorderà e spiegherà. “Consolatore” forse perché le cose che non si possono (vogliono) capire sono penose, dolorose, e si possono affrontare solo grazie alla forza consolatrice dello Spirito di amore ( cfr. Gv 16,7. 13).

Io credo che questo non sia accaduto allora e poi basta. La storia di ognuno di noi ripete questo tracciato: una sequela affascinata, la perplessità e la paura, il rinnegamento, la venuta dello Spirito. Noi abbiamo già ricevuto lo Spirito, tuttavia ciò che abbiamo in nuce deve svilupparsi, dobbiamo percorrere la strada perché alle svolte e nel momento giusto possa guidarci “alla verità tutta intera”.

Un mio confratello molto stimato e santo, vissuto tanti anni in missione, colpito da tumore e con grandi sofferenze diceva: la teologia della croce si può fare solo quando si soffre, quando si sta sulla croce.

Che cosa Pietro non può capire e perché non potrà aver parte con Cristo se non lo lascia fare?
Non sono certo in grado di esaminare la ricchezza di questo passo. Offro come risposta solo due punti:

  1. Il lavare i piedi è un gesto di servizio. Già prima Gesù aveva servito i suoi, prodigandosi in mille modi per loro: predicazione, segni, notti di preghiera, guarigioni, vita precaria e povera... e aveva detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Tutto ciò non aveva sollevato obiezione, ma ammirazione, stupore, riconoscenza; e aveva affascinato i suoi. Si trattava di un modo diverso, nuovo, insieme autorevole e umile di essere maestro, guida, capo. Gesù infatti richiama tutto ciò: “Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene perché lo sono” (Gv 13,13). Il gesto che compie ora però va oltre. E’ un gesto umiliante, un gesto da schiavo. Non è un servizio dall’alto dell’autorità e autorevolezza che Gesù ha, è un servizio “dal basso”. Lavando i piedi Gesù “tocca il fondo” della condizione umana, si fa ultimo. Pietro non capisce l’umiliazione.

  2. Inoltre, lavare i piedi è del tutto inutile. Nessun altro avrebbe potuto servire predicando come Gesù, sanando come lui. Ma chiunque altro avrebbe potuto lavare i piedi allo stesso modo. Gesù compie un servizio che non serve, in realtà, un servizio “qualunque”. Pietro non capisce l’inutilità.

In questi due aspetti, questa è profezia della croce, come lo è l’Eucaristia. Il pane spezzato e il vino dato come corpo e sangue preannunciano la morte per noi. La lavanda preannuncia l’umiliazione e anche l’incomprensibilità della croce che Gesù accetta per noi. Gesù deve toccare il fondo, essere all’ultimo posto se vuole raccogliere tutti, salvare tutti: il peccatore crocifisso con lui, lo schiavo disprezzato, colui che lo rinnega. Charles de Foucauld per stare vicino a Gesù voleva il penultimo posto, perché l’ultimo è già occupato da lui...

Finché questa discesa nell’umiliazione non è compiuta, la missione di Gesù non è completa, e Pietro non può aver parte. Pietro deve lasciarsi salvare, non però come vorrebbe lui, ma come vuole il Padre, cioè dalla morte e dal servizio umiliante ed inutile.

Gesù deve diventare grande, essere innalzato nella gloria, ma questo può avvenire non esercitando il potere e dominando, bensì facendosi servo e schiavo (Mt 20,24-27). Il volto del servo sofferente è irriconoscibile, confonde, lo si ritiene rigettato da Dio, percosso e umiliato, e invece salva molti. Pietro non può riconoscere il maestro in uno schiavo, tuttavia ciò è necessario, deve lasciarsi salvare così.

Così facendo Gesù solleva il velo sul mistero di Dio Padre che “si ritrae” per fare spazio a noi e alla nostra libertà, anche la libertà di crocifiggere suo Figlio. Pietro deve imparare questa lezione difficile e nuova: l’uomo è chiamato a crescere, a diventare grande; per farlo, insegue un modello umano che è quello di dilatare il proprio io occupando lo spazio degli altri, come Caino. Di qui guerre, gelosie, menzogne, sopraffazioni sempre allo scopo di andare oltre il proprio limite.

Il criterio divino è invece opposto: facendosi piccolo fino a servire e a morire dilata gli spazi dell’amore, del dono, della comunione. Invece dell’appropriazione c’è il dono, invece della chiusura la comunione, invece della ricerca di sé l’amore, invece del dominio il servizio. Quanto più “scompare” tanto più fa spazio all’espressione del suo amore per gli altri e anche all’amore degli altri, si fa amare. Forse è anche questo il significato della parola di Gesù: “E’ bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore” (Gv 16,7).

Il ritorno di Gesù al Padre apre lo spazio alla presenza dello Spirito d’amore. Pietro questo non lo può capire: “per il momento non siete capaci di portarne il peso”, dice ancora Gesù (Gv 16,12). Nemmeno noi possiamo capire. Come le beatitudini, questo gesto e la croce non vanno spiegati, vanno accolti nella fede, sulla fiducia che abbiamo in Gesù, e poi scoperti progressivamente nell’esperienza di vita cristiana, secondo il dono, la misura di grazia che ci è data. Colti nello Spirito e vissuti, parlano da sé, oltre i tentativi di spiegazione razionale o di addolcimento, di annacquamento.

Infatti ad un Pietro che non può capire Gesù dice: “Sapete ciò che vi ho fatto? Io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi”. Questo è un fatto, non una teoria, così come è un fatto la croce. Deve stamparsi nella memoria dei discepoli perché mai più cerchino il dominio, i primi posti. E’ un discorso “duro”, come quello fatto nei capitoli precedenti sul cibo e la bevanda che Cristo è per noi. Va accettato o rifiutato, è discriminante.

Forse Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi non solo per non vedere l’umiliazione del Maestro, ma anche perché intuiva ciò che sarebbe venuto dopo: questo gesto è paradigmatico. I discepoli dovranno seguire il Maestro su questa strada, lavarsi i piedi diventerà il loro stile.

Per noi che siamo preti e abbiamo nella chiesa un ruolo di “leadership”, questo messaggio di Gesù assume un’importanza particolare. Gesù lava i piedi senza rinunciare al suo ruolo di Maestro. Anzi, è proprio in questo ruolo che lo fa, così come in tutta la sua regalità sale sulla croce, patibolo degli schiavi. Noi “saremo beati, se metteremo in pratica queste cose”. Questo è ciò che il Signore ci chiede, desidera da noi: “Sapete ciò che vi ho fatto, fatelo!”.

“Sapete”. Dobbiamo “sapere” che Gesù ci lava i piedi, e lasciarlo fare per aver parte con lui. Questo suo percorso, come quello della croce, deve costituire per noi un punto di riferimento contemplativo. E’ attraverso il “guardare” più che attraverso il ragionare, che i discepoli imparano a vedere Gesù nel povero, nel carcerato, nel sofferente; che si lasciano attrarre dal fascino della croce, che si chinano a lavare i piedi. Ma senza scorciatoie. Sarebbe una scorciatoia pericolosa ascoltare il suo comando, saltando la parte precedente, non “sapendo” che anche noi siamo serviti dal Signore. Così come non possiamo metterci a fare il buon samaritano che soccorre, se prima non crediamo che noi siamo l’uomo lasciato mezzo morto, e Cristo il Samaritano che ci soccorre.

Con il suo gesto e con la sua morte in croce, Gesù non solo insegna, ma salva, non solo salva ma ci conquista. Anzi, dice Pietro, ci “compra”: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come agnello senza difetti e senza macchia” (IPt 1,18-19); e in ICor 6,19-20 si legge: “Non appartenete a voi stessi, siete infatti stati comprati a caro prezzo”.

E’ bene dunque interrogarci sul nostro servizio, quale che esso sia. Non però a partire da un modello astratto, o da una serie di norme morali e ascetiche, ma come sequela del Signore. Come amici suoi, la cui amicizia è costata umiliazione e sangue, noi ci onoriamo a vicenda, ci serviamo, poniamo tutte le nostre capacità e i talenti a frutto perché questo servizio sia buono e ben fatto - sempre “a partire dal basso”. Cioè, liberandoci dalla preoccupazione della nostra persona e solo con il desiderio di lasciare in qualche modo trasparire attraverso di noi il mistero dell’amore di Cristo e dell’umiltà di Dio. Il testimone, per essere tale, non deve preoccuparsi di sé. Di che cosa dirà nei tribunali, di come lo trattano e lo considerano.

Diamo il meglio, anche umanamente, però sappiamo che il giorno in cui vengono a noi umiliazione, croce, inutilità, allora queste cose - vissute in Cristo - sono davvero il meglio, sono ciò che testimonia l’amore e la forza di Dio, un Dio che rinuncia alla sua potenza per aprire a noi gli spazi della vita e dell’amore.


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