Le beatitudini: un Padre che vuole i suoi figli felici. (tpfs*)
Omelia di d.Achille Tronconi

Questo testo che presentiamo on-line è la trascrizione di un’omelia di d.Achille Tronconi, nella parrocchia di S.Ambrogio in Legino, Savona, nella Festa di tutti i santi, il 1 novembre 2004, a commento dei brani di Mt 5,1-12 e di 1Gv3, 1-3.
Il testo non è stato rivisto dall’autore.

L’Areopago


Due sono le cose che questa festa richiama alla nostra coscienza di battezzati, di cristiani. Due cose fondamentali, due cose difficili da credere. Vogliono proprio una vera fede. La prima riguarda un Dio che vuole la nostra felicità. Questo Dio che, in Gesù, ha messo la sua costituzione vera, la sua magna charta, in questo discorso delle beatitudini. Credere che Dio vuole la felicità mia e delle persone che amo. E’ difficilissimo. Ho incontrato pochissime persone in grado di credere fermamente, anche nel momento della prova, della grande tribolazione, credere veramente che Dio voleva la loro felicità. Eppure questa è la nostra fede. Questi sono i puri di cuore che vedranno Dio. Perché, come ci ha ricordato la seconda lettura, sono stati purificati da questa fiducia, da questa certezza, di un Dio che vuole la nostra felicità. Questo è fondamentale. Quindi un Dio che dice “beati”, perché è nella sua intenzione, nella sua volontà, vedere i figli felici. Che poi è davvero il desiderio di ogni genitore: vedere i propri figli felici. Non quello di “farli” felici. Non devono essere i genitori a far felici i figli. Anzi i genitori più sani e più veri sono quelli che rinunciano ad essere loro la causa della felicità dei figli. E’ la vita, la loro vita, che deve farli felici. Anche questa è una grossa difficoltà. I genitori si fanno troppo carico della felicità dei figli in questo senso sbagliato, troppo. Allora prima bisogna credere che Dio, che è Padre, vuole vederci felici. Sempre, sempre. E qui facciamo riferimento ai santi. La chiesa ha voluto che ci fossero queste figure, che fossero messe alla nostra attenzione, proprio perché serviva a questo, a far capire che i santi non hanno avuto una vita facile. Insieme alla Scrittura c’era la vita dei santi. Purtroppo oggi non si leggono più le vite dei santi, ci sono forse la televisione ed i film che aiutano, riproponendocele talvolta. Ma i nostri vecchi lo facevano: leggevano le vite dei santi. Tanto è vero che Iacopo da Varagine (da Varazze) ha scritto la Legenda Aurea (era di queste parti ed è diventato poi vescovo di Genova) nel 1200. Era il libro più letto, ha riempito l’Europa, ed era la raccolta – molto leggendaria - di tutte le vite dei santi.
La Chiesa ha voluto che ci fossero queste figure e fossero messe alla nostra attenzione. Se voi leggete le loro storie, vi accorgete che non hanno avuto una vita facile. E non serve attribuire loro uno spessore da eroi, per liquidarli poi dicendo: “Ma loro avevano una forza diversa”. Non è vero, erano come noi! E non hanno avuto una vita facile. Anzi, sono anche loro entrati nella grande tribolazione. Eppure sono stati felici. “Beati voi!” Allora è quella la dimostrazione. Che nonostante il tormento della persecuzione, del martirio, dell’incomprensione, della solitudine, della violenza fisica, morale, psicologica, di gente che ne ha passate di tutti i colori, questi erano beati! Questi hanno saputo trovare la felicità in Dio. Quindi la prima cosa e tra la più difficile da credere nella vita è che non sono le condizioni esterne a farci felici. Ma è la condizione interna.

Ed è questa la seconda verità difficile da credere. Che la felicità è un processo interiore, di spoliazione, di purificazione. E’ un processo al quale non sono estranei il dolore, la fatica, il superamento di se stessi, una vera sofferenza, una vera purificazione. Quello che ci racconta l’immagine del crogiuolo, dove l’oro viene liberato dalle tossine, da tutte le scorie che lo rendono impuro per poter brillare di luce vera. Per potere essere di più se stessi. Non per essere migliori. No, no. Non è questo il punto. Non si diventa santi per essere migliori, ma per essere se stessi. Perché noi, ce lo ha ricordato la seconda lettura, siamo figli di Dio, siamo figli del Santo, del Tre volte santo. E quindi non possiamo che essere santi.
Ecco allora due cose che celebriamo oggi. Primo: pensare che Dio vuole e lavora per la mia felicità. E che se non sono felice la colpa non è né di Dio, né della vita. Seconda cosa: è inutile che cerchi fuori questa felicità. Non sono né le cose né le persone a darci la felicità, ma un grosso lavoro interiore che ci da la felicità. Gli altri ci danno piacere, ci danno soddisfazione, compagnia, tutto quello che volete. Ma se queste cose non vengono interiormente elaborate, trasformate, trasfigurate, non conducono alla felicità. Ed è il motivo per cui c’è ben poca gente felice in giro. Ma non perché le cose vanno dritte o storte. Sono sempre andate così. Il problema è un problema di cuore, di coscienza. Non di esterno. Diventa un problema di esterno quando questo non ci aiuta all’interno. Vedete, c’è gente che poi finisce col pensare e sentire come ha vissuto. Invece il cristiano deve fare il contrario. Vivere come pensa, e pensa come il vangelo. Invece noi, travolti dalla vita, finiamo con il pensare come viviamo. Allora pensiamo con lo stomaco, con la pancia, con l’interesse, e crediamo di pensare. Invece dobbiamo fare il lavoro inverso. Vivere come pensiamo e pensare come il vangelo. Questo è quello che ci viene ricordato oggi. E’ quello che noi celebriamo oggi. E abbiamo bisogno di ricordarcelo perché ce lo dimentichiamo. Bastano quattro cose, un po’ di dolore, una sofferenza, una malattia e sembra che tutto crolli. Invece il Signore è lì e sta già lavorando nonostante il dolore, la fatica, il buio. E’ lì che sta lavorando per la mia felicità. E una felicità non effimera, non momentanea, ma di vita eterna.


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