Amare significa essere vulnerabili (da C.S. Lewis)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /05 /2012 - 15:10 pm | Permalink
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da C.S. Lewis, I quattro amori, Jaca, Milano, 2001, pp. 110-113

Tra i metodi per dissuaderci dall’amare smodatamente i nostri simili ce n’è uno che mi vedo costretto a respingere in partenza. E lo faccio non senza turbamento, poiché l’ho trovato proposto nelle pagine di un grande santo e pensatore, verso il quale nutro un debito incalcolabile.

Con parole che ancor oggi hanno il potere di commuovermi, Sant’Ago­stino descrive la desolazione in cui lo sprofondò la morte dell’amico Nebri­dio (Confessioni 4,10). Da ciò egli trae una morale: questo è quanto acca­de — egli ci dice — a donare il nostro cuore a qualcuno che non sia Dio. Tutte le cose umane trapassano; non lasciamo che la nostra felicità dipenda da qualcosa che potremmo perdere. Se vogliamo che l’amore sia una bene­dizione, e non un tormento, dobbiamo indirizzarlo soltanto a quel bene che non tramonterà mai.

Questo è un ragionamento di certo dettato dal buon senso: non imbar­care i tuoi beni su un vascello che fa acqua; non spendere denaro su una casa da cui ti potranno cacciare. Nessun uomo al mondo meglio di me sa apprezzare e far tesoro di queste sagaci massime. Sono una creatura che guarda, prima di tutto, alla propria sicurezza. Di tutte le argomentazioni contro l’amore, nessuna ha più presa su di me di quella che raccomanda: «Prudenza! Questo potrebbe poi farti soffrire».

Questo, dicevo, in rapporto al mio carattere e alle mie disposizioni naturali, ma non alla mia coscienza. Quando io rispondo a questo appello, mi sento lontano mille miglia da Cristo. Se di qualcosa sono certo, è che il suo insegnamento non ha mai avuto il fine di rafforzare la mia già innata preferenza per gli investimenti sicuri e le responsabilità limitate. Direi quasi che nulla, in me, gli è meno gradito. E chi potrebbe seriamente incomincia­re ad amare Dio partendo da questi prudenti presupposti — perché questo sembra offrirci, per così dire, sufficienti garanzie? Chi si sentirebbe persino di includere questo motivo tra quelli che ci spingono ad amarlo? È con questo spirito che scegliereste una moglie, un amico, o addirittura un cane?

Per essere capaci di un simile calcolo bisogna essere davvero al di fuori della dimensione dell’amore, o di qualunque altro affetto. L’eros, l’eros che si ribella alle regole, che preferisce l’amata alla felicità, è allora più simile a colui che è l’amore stesso.

Penso che questo passo delle Confessioni debba essere considerato più come un residuo delle aristocratiche filosofie pagane in cui Sant’Agostino fu educato, che non come una parte del suo credo cristiano. È qualcosa di più vicino alla «apatia» degli stoici o al misticismo neoplatonico, che non alla carità. Noi siamo seguaci di colui che pianse su Gerusalemme e davanti alla tomba di Lazzaro, e che, pur amando tutti, ebbe tuttavia un discepolo cui si sentiva legato da un affetto speciale.

San Paolo ci parla con un’autorità che fa presa su di noi più di quella di Sant’Agostino: San Paolo non cerca affatto di darci a intendere che non avrebbe sofferto come un uomo qualunque né che sarebbe stato ingiusto soffrire, se Epafrodito fosse morto (Fil 2, 27). Ammesso che la miglior politica da adottare fosse quella di assicurarci contro il rischio di avere il cuore spezzato, siamo poi sicuri che Dio ci offra questa possibilità? Sem­brerebbe proprio di no; Cristo, prossimo alla fine, è arrivato a dire: “Per­ché mi hai abbandonato?”.

Non c’è possibilità di fuga lungo la strada che Sant’Agostino ci suggeri­sce, né lungo altre strade. Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessu­no, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara del vostro egoismo. Ma in quello scri­gno - al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto - esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile impenetrabile, irredimibile.

L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.

Sono convinto che il più sregolato e smodato degli affetti contrasta meno la volontà di Dio di una mancanza d’amore volontariamente ricercata per autoproteggerci. È lo stesso che nascondere un talento in una buca sotto terra, e per le stesse ragioni: “So che tu sei un uomo duro”. Cristo non ha sofferto per noi né ci ha dato i suoi insegnamenti affinché diventassimo, persino nei nostri affetti naturali, più preoccupati della nostra felicità perso­nale.

Se un uomo non riesce a non essere calcolatore nei confronti delle persone di questa terra che ama e conosce, è assai più improbabile che riesca a esserlo verso Dio, che non ha mai conosciuto. Non è cercando di evitare le sofferenze inevitabili dell’amore che ci avvicineremo di più a Dio, ma accettandole e offrendole a lui: gettando lontano la cotta di protezione. Se è stabilito che il nostro cuore debba spezzarsi, e se egli ha scelto questa via per farlo, così sia.

Ciò non toglie, tuttavia, che qualunque affetto naturale possa essere smodato. Smodato non significa però «non sufficientemente prudente» né significa «troppo grande». Non si tratta di un termine quantitativo; direi anzi che è quasi impossibile amare semplicemente «troppo» un qualunque essere umano. Potremo amarlo troppo in proporzione al nostro amore per Dio; ma l’elemento di sproporzione è costituito dalla pochezza del nostro amore per Dio, non dalla grandezza del nostro amore per l’uomo.

Ma anche a questo proposito occorre fare una precisazione, per non rischiare di mettere inutilmente in allarme quanti si trovano già sulla buona strada, ma potrebbero angustiarsi per il fatto di non riuscire a sentire verso Dio quell’emozione così calda e consapevole che essi provano per l’amata di questa terra. Tutti dovremmo desiderare di poter arrivare a questo tra­guardo - o almeno questa è la mia opinione - in tutte le circostanze, e dob­biamo pregare affinché questo dono ci venga elargito.

Ma il problema di chi amiamo “di più”, se Dio o la nostra amata di questa terra, non è un proble­ma - per lo meno fin dove arrivano i nostri doveri di cristiani - che com­porta un confronto tra l’intensità dei due sentimenti. Il vero problema è: quale dei due (se si ponesse questa alternativa) servireste, o scegliereste, o mettereste al primo posto? A quale richiamo la vostra volontà, infine, si piegherebbe?

Come spesso accade, anche in questo caso le parole del Signore sono di gran lunga più violente, ma anche più tollerabili, di quelle dei teologi. Egli non parla della necessità di stare in guardia contro gli affetti terreni per paura che essi possano ferirci; Egli ci dice parole che sibilano come una frusta sulla necessità di calpestarli il momento stesso in cui ci trattenessero dal seguirLo. “Se uno viene a me e non ama meno di me il padre e la madre, e la moglie..., ed anche la sua vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).

Ma come dobbiamo intendere le parole: “non ama meno di me”? Forse che colui che è l’amore stesso ci comanda di provare per loro un sentimento quale l’odio comunemente inteso, di godere dell’altrui disgrazia, di provare piacere nell’offendere? In questo caso avremmo quasi una contraddizione di termini. Penso che l’ “odio” cui si riferisce il Signore è quello che egli provava per San Pietro, allorché gli disse: «Va’ lontano da me». Odiare significa rifiutare, affrontare, non fare concessioni alla creatura amata quando questa pronuncia - non importa con che tono dolce e suadente - i suggerimenti del demonio.