Adolescenza (da Eric-Emmanuel Schmitt)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /04 /2008 - 16:12 pm | Permalink
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Da La mia storia con Mozart, di Eric-Emmanuel Schmitt, Edizioni e/o, Roma, 2005, pp.7-9.

Di che si soffre a quindici anni?
Proprio di questo: di avere quindici anni, di non essere più un bambino e di non essere ancora uomo, di nuotare in mezzo a un fiume dopo essersi lasciato una sponda alle spalle e non aver ancora raggiunto l'altra, di finire sott'acqua, bere, riaffiorare, lottare contro le minacce della corrente con un corpo nuovo che ancora non si conosce, solo, soffocato.
Violenti, i miei quindici anni. Rudi. La realtà picchia, entra, si piazza e fa fuori le illusioni. Da ragazzino potevo fantasticare su mille destini - aviatore, poliziotto, prestigiatore, pompiere, veterinario, garagista, re d'Inghilterra -, immaginare una quantità di aspetti fisici - alto, magro, tarchiato, muscoloso, elegante -, dotarmi dei più svariati talenti - matematica, musica, danza, pittura, bricolage -, attribuirmi il dono delle lingue, l'abilità sportiva, l'arte della seduzione... Insomma, potevo espandermi in ogni direzione perché non possedevo ancora una realtà. Com'era bello l'universo finché non era ancora quello vero... E a quindici anni, ecco che il mio campo d'azione si restringeva, le possibilità cadevano come soldati in guerra, e con esse i miei sogni. Carneficina. Massacro. Avanzavo in un cimitero di speranze.
Un corpo cominciava a prendere forma: il mio. Lo specchio mi consentiva di seguirne atterrito la crescita. I peli... Che idea stupida! Su di me, poi, vecchio pupo dalla pelle glabra, liscia... A chi è venuta in mente un'idea del genere? Le chiappe... Che siano troppo grosse? Un sesso... È carino? È normale? Mani solide e lunghe che mia madre chiamava "mani da pianista" e mio padre "mani da strangolatore"... Mettetevi d'accordo! Piedi immensi... Chiuso in bagno, con i rubinetti a scroscio per far capire a tutti che mi lavavo, passavo le ore a contemplare la catastrofe sancita dallo specchio: ecco il tuo corpo, ragazzo mio, sarà bene che ti ci abitui, memorizzalo anche se non ti convince, non avrai che questo per realizzare tutto ciò che un uomo deve realizzare, cioè correre, sedurre, baciare, amare... Basterà? Più lo guardavo, più mi sorgeva un dubbio: ero equipaggiato bene?
Dal canto suo, anche la mia mente si lasciava invadere da sensazioni sconosciute... L'ossessione della morte si impadronì di me. Non parlo di quel terrore che certe volte, la sera, avevo provato tra le lenzuola quando gli altri erano addormentati e io mi alzavo a sedere nella penombra con le dita avvinghiate alle stanghe fredde del letto perché all'improvviso avevo pensato che sarei morto; no, non sto parlando di quello spavento momentaneo subito dissolto dalla prima lampadina che si accende, ma di un disagio costante, pesante, radicale, di un dolore cronico.
Mentre muscoli e testicoli mi si riempivano di un'energia nuova, mentre il mio corpo diventava il corpo nuovo di zecca di un giovanotto, individuavo in quella trasformazione un indizio funesto: quello era anche il corpo che un giorno avrebbero sepolto. Il mio cadavere definiva i suoi contorni. Andavo verso la mia scomparsa. Poiché il cammino di tutti porta alla morte, i miei passi scavavano la mia fossa. Non paga di trovarsi alla fine del percorso, la mia tomba ne appariva il fine.